Sergio Rapetti

Sergio Rapetti

Sergio Rapetti (1941) è studioso della letteratura e cultura russe, ha promosso e tradotto in Italia decine di opere di autori di quell’area linguistica, in epoca sovietica e post-sovietica e fino ad oggi. La sua attività con associazioni come – fra le altre – Memorial Italia e Memorial Internazionale ha contribuito alla realizzazione di numerose iniziative di sostegno alla libertà del pensiero e della cultura in URSS. Nel 2016 ha curato l’ebook Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. URSS 1917-1990. Catalogo della mostra a cura di Boris Belenkin ed Elena Strukova con altri saggi (goWare, Memorial) (si vedano gli eventi nella cronologia della ricezione)

 

«La Russia attuale continua a rimanere quell’“altra faccia della Luna”».
Intervista a Sergio Rapetti
(a cura di Giuseppina Larocca e Claudia Pieralli)

 

1. Lei è stato una voce importante per la diffusione del dissenso sovietico in Italia a partire dagli anni ’60, le Sue traduzioni e le Sue interviste sono ancora oggi un punto di riferimento per coloro che si occupano di ricezione del dissenso in Italia. Come nasce il Suo interesse nei confronti del fenomeno?

Mia madre e mia nonna erano russe e nel 1938 erano state costrette a emigrare dall’URSS, senza il capofamiglia che nella primavera di quell’anno a Kislovodsk, alle pendici del Caucaso, dove abitavano, era stato arrestato in una tornata del grande Terrore e trasferito in carcere a Batumi, da dove non aveva più fatto ritorno. Crescendo a Milano in un ambiente russofono istruito e cristiano ortodosso, mi sono familiarizzato sin da ragazzo con la grande letteratura e poesia di quel paese e ritengo fosse destino che maturassi i miei interessi in quella sfera di attività e studio. Così, dopo alcune esperienze di viaggio nell’URSS post-staliniana e, non appena adulto, una formazione di redattore maturata in ambito editoriale, ho iniziato a occuparmi di libri russi. Le circostanze descritte mi hanno avvicinato agli ambienti dell’editoria russa emigrata, specialmente la casa editrice Possev-Verlag di Francoforte e la rivista «Grani» e Ymca-Press e il «Vestnik RChD» a Parigi. Esse costituivano dai primissimi anni ’60 in poi proprio i canali principali per i quali passava e veniva pubblicata all’estero in lingua russa il samizdat e così ho iniziato a leggere e promuovere presso case editrici grandi e piccole gli autori russi che, incoraggiati dal provvisorio disgelo culturale dell’epoca chruscioviana, non volevano sottostare alla censura del proprio paese. Il primo libro da me curato e tradotto è stato il famoso Libro bianco sul caso Sinjavskij e Daniėl (1967, Jaca Book), quel «processo giudiziario alla letteratura» che è stato storicamente uno dei fattori catalizzanti del dissenso in Unione Sovietica. Quel libro, ma anche altri e alcuni articoli sul fenomeno del dissenso, li ho firmati con uno pseudonimo, per evitare problemi con il visto necessario per l’ingresso in URSS.

2. Quali sono state le testimonianze dei rappresentanti della letteratura non ufficiale che è riuscito a raccogliere sull’humus culturale e politico del tempo?

Nel 1974, nei mesi successivi all’espulsione di Solženicyn dal suo paese, ho conosciuto a Zurigo lo scrittore e la sua famiglia. Allora lavoravo alla Arnoldo Mondadori come redattore editoriale e sempre più spesso capitava che i responsabili di altri settori della casa editrice, venendo a sapere che in famiglia praticavo la lingua russa, mi chiedessero un parere sui testi di autori sgraditi al regime che cominciavano ad affluire grazie al samizdat e ai canali degli editori di lingua russa in Occidente, anche alla Mondadori. E io stesso alimentavo già, con schede di lettura, l’interesse per questo filone letterario. Dopo la mia visita, Solženicyn fece arrivare alla Direzione della Mondadori la richiesta che curassi le sue opere in preparazione. Così ho iniziato a curare e/o tradurre opere del Nobel, col tempo e fino ad oggi sono una decina presso vari editori. Nel 1976, in occasione della presentazione a Roma della rivista «Kontinent» in italiano (Garzanti), ho conosciuto Andrej Sinjavskij e la moglie, nonché Vladimir Maksimov. Nel novembre 1977 a Mosca ho conosciuto Andrej Sacharov (avevo già incontrato a Milano e Firenze la moglie Elena Bonnėr, in Italia per curarsi) per intervistarlo. In quell’occasione avevo fatto visita a due dei «miei» Autori, Georgij Vladimov e Vladimir Vojnovič, dei quali avevo tradotto o ero in procinto di tradurre i capolavori (rispettivamente Il fedele Ruslan, Mondadori, 1976, e Vita e straordinarie avventure del soldato Ivan Čonkin, Mondadori 1979, poi Einaudi 1996). Ma gli incontri di allora con il leader del dissenso civile, Sacharov, e l’altro con la moglie di Aleksandr Ginzburg, Arina, e di Jurij Orlov, Irina, gli attivisti allora detenuti in quanto tra i fondatori l’anno prima del «Gruppo Helsinki» di Mosca (sarebbero stati condannati rispettivamente a 8 e 7 anni di campo di lavoro forzato nel maggio successivo), sono quelli che hanno determinato la mia scelta di «immergermi» nel dissenso dell’URSS, condividendone, per quanto ho potuto, l’impegno nel campo della cultura e della difesa dei diritti dell’uomo. La prima condivisione è stata immediata, già a Mosca, anche perché gli indirizzi che visitavo erano già tutti per conto loro sotto stretta sorveglianza del KGB: una settimana di pedinamenti 24 h su 24 e minacce e perquisizioni, prodromi della decisione da parte delle autorità sovietiche di negarmi per il futuro il visto d’ingresso nel paese, divieto che sarebbe durato fino al maggio 1991, quando mi fu consentito di partecipare, su invito della moglie di Andrej Sacharov, al Congresso che si tenne a Mosca in memoria del grande dissidente.

3. Secondo Lei, qual era la loro immagine dell’Italia contemporanea e del nostro interesse nei confronti del dissenso?

Si aspettavano che in quest’Occidente, tanto vituperato dalla propaganda sovietica e per questa ragione anche eccessivamente idealizzato da molti di loro, venissero accolti a braccia aperte. Certo, non era mancato l’interesse dei lettori e del pubblico per alcune opere dei letterati più famosi e anche la simpatia e l’appoggio di alcune forze politiche (cattolici di base, socialisti, radicali), ma il clima in generale non era certo dei più incoraggianti. Non è un caso che quasi nessuno di loro si sia stabilito in Italia. Relativamente agli anni Settanta e al nostro paese ho potuto a suo tempo apprendere personalmente dai protagonisti, ma adesso ci sono al riguardo numerose memorie e testimonianze finalmente libere di raggiungerci dalla Russia su carta o via Internet, un aspetto interessante. Una parte del dissenso, oltre ad aver la necessità comune a tutti i dissidenti finché erano in patria dei contatti con giornalisti o studiosi occidentali per far arrivare l’eco delle loro battaglie all’estero – ed era un’esigenza vitale vista la spietata repressione che li colpiva – aveva individuato nell’«eurocomunismo», visto come critico di certe politiche dell’Unione Sovietica, e quindi l’ideale per loro punto d’appoggio e di difesa. Ne hanno dibattuto negli ambienti in cui stavano maturando in URSS i Gruppi Helsinki, hanno cercato – raccontano – l’interlocuzione di corrispondenti a Mosca dei giornali comunisti in Italia e in Francia, meravigliandosi di trovarli «spaventati a morte» alla prospettiva di pubblicare i loro appelli (che sarebbero stati ospitati in Italia e Francia da testate d’altro orientamento). Poi personaggi come Jurij Mal’cev, Andrej Amal’rik e Sinjavskij, e ne cito solo tre, hanno potuto costatare di persona la permanenza in Italia di una pregiudiziale ideologica abbastanza diffusa.

4. Una domanda legata al tema precedente che si estende al ruolo dell’emigrazione russa in Italia e in Europa in generale dagli anni ’60. Quali erano, a Suo avviso, i rapporti tra gli intellettuali esuli e gli intellettuali italiani? E dunque, qual è stata la ricezione del dissenso sovietico in Italia e in Europa attraverso il canale dell’emigrazione?

Accenno soltanto, e per l’Italia, a questo argomento che meriterebbe un’ampia trattazione. Anzitutto, mi riaggancio a quello che dicevo prima della «pregiudiziale ideologica»: è quella che riteneva il marxismo «orizzonte invalicabile del nostro tempo» (Sartre, 1960). Ed era alla base dell’atteggiamento di tanta parte della sinistra, quella che in Italia più «faceva opinione» e sulla quale, quindi, si orientavano numerosi quei rappresentanti del dissenso che ho detto, sperando in una difesa della loro causa in patria. Insomma, dal dissenso proveniente dall’URSS, che nelle sue varie componenti non aveva quasi mai piattaforme ideologiche né programmi politici di alternativa al regime al quale chiedeva semplicemente il rispetto degli elementari diritti umani, peraltro garantiti dalla stessa Costituzione sovietica, ricevendone persecuzioni e condanne, si pretendevano in Italia credenziali di «idoneità» politica mai comunque ritenute soddisfacenti: «sei davvero per la democrazia o non piuttosto contro il socialismo?». Per inciso, due Nobel russi, uno per la letteratura, il Solženicyn dell’Arcipelago Gulag (Mondadori, 1974 e segg.), e l’altro per la pace, l’Andrej Sacharov de Il mio paese e il mondo (Garzanti, 1975), non avevano a quei tempi superato l’esame. Ma in generale, naturalmente, almeno Solženicyn, insieme a una mezza dozzina di grandi poeti e scrittori «eterodossi» di quell’area culturale è rimasto anche in Italia un riferimento vivo e presente, sue opere continuano a essere pubblicate e il centenario della sua nascita a fine 2018 ha visto iniziative ad esso legate. Lo stesso non si può dire di Sacharov, vera anima del dissenso, grande idealista, generosamente preoccupato fino agli ultimi suoi giorni delle sorti del proprio paese e del mondo: il suo ricordo è pressoché svanito.

5. Pensando ora agli editori italiani e prestando particolare attenzione a due case editrici, fra le altre, con cui ha collaborato ovvero Garzanti (per cui ha pubblicato le traduzioni di Nell’ombra di Gogol’e Buona notte! entrambi di Andrej Sinjavskij) e Jaca Book (in cui a Suo nome sono usciti, tra gli altri, Il mestiere dello scrittore di Aleksandr Solženicyn uscito prima nel 1971 e poi, in una seconda edizione riveduta nel 1979, L’arca dei non chiamati di Vladimir Maksimov del 1982). Qual è, secondo Lei, la differenza fra questi due editori in relazione alla diffusione della cultura del dissenso?

In entrambi i casi, è stato risolutivo il fatto che allora le due case editrici di cui mi chiedete fossero dirette da  un editore «puro» che decideva ogni cosa in base ai propri gusti e criteri di valore, e senza lasciarsi guidare esclusivamente dalle stime di vendita. Livio Garzanti, con la moglie, la scrittrice Gina Lagorio, si erano innamorati delle opere del fine letterato Andrej Sinjavskij. La fama che acquisì allora Sinjavskij in Italia con i libri pubblicati da Garzanti gli guadagnò anche, a partire dal 1980 e fino al 1993, e con quattro direttori successivi, un importante accordo di collaborazione al  «Corriere della Sera»: sono decine gli ampi  articoli ed elzeviri che insieme abbiamo scelto di proporre ai lettori italiani. Per quanto riguarda l’altro editore, va detto che Bagnoli, dominus a quei tempi della sua casa editrice, coltivava personalmente da sempre un vivo interesse per le «cose russe».

6. Soffermandoci su Jaca Book e sulla sua collaborazione con la casa editrice di Sante Bagnoli, ci può dire da dove nasceva questo forte interesse verso la diffusione del dissenso sovietico in generale e di autori attivi nel periodo leniniano e staliniano? Nel 1980, per esempio, esce la raccolta di racconti di Andrej Platonov, scrittore negli anni ’20 e ’30 inviso all’establishment letterario sovietico (nonostante abbia goduto della stima di Maksim Gor’kij), di cui insieme a Igor Sibaldi ha pubblicato la traduzione di La città di Cittàgrad, Le chiuse di Epifan’ e L’uomo recondito. Com’è avvenuta la selezione di questi testi e, più largamente, dei testi del mondo culturale russo?

Già ho accennato al vivo interesse di Bagnoli per la Russia. Risale alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, come la nostra conoscenza, quando, vicini entrambi all’Associazione culturale «Russia cristiana» (di area cattolica, ma allora malvista da Roma in tempi di Ostpolitik vaticana), la neonata casa editrice fondata da Bagnoli si era impegnata con molti titoli che riflettevano soprattutto il dissenso religioso in URSS, i suoi contenuti, e le relative persecuzioni. Un altro filone era quello dei filosofi e pensatori di prima della rivoluzione del ’17 che erano diventati riferimenti importanti e attuali per una parte della cultura alternativa che si esprimeva nelle iniziative e «pubblicazioni» clandestine. Una seconda fase di rinfocolato interesse della Jaca Book per il tema Russia è legata all’incontro con Vladimir Maksimov e alla pubblicazione della rivista «Kontinent» in italiano («Continente», due fascicoli nel 1981); ne fanno parte recuperi, sulla rivista o in libro, di opere minori di grandissimi scrittori come Michail Bulgakov e Andrej Platonov e la pubblicazione di libri di autori come Aleksandr Zinov’ev, Lidija Čukovskaja, il capolavoro di Vasilij Grossman Vita e destino e appunto due volumi, di Maksimov, uno di racconti e un romanzo. La terza e ultima fase tra il 2010 e il 2015 ha visto la pubblicazione di quattro libri di Solženicyn (tre di narrativa e uno di saggi) nonché di due romanzi post-sovietici di Vladimir Makanin Underground (2012) e di Andrej Volos Churramabad (2013) che narravano in potenti affreschi la nuova, e di nuovo tormentatissima, stagione del post-comunismo al centro e nella periferia dell’ex impero russo-sovietico in sfacelo. Come è avvenuta, mi chiedete, la selezione degli autori e dei testi? Parlando per me, è sempre stato risolutivo il criterio del valore dell’autore e dell’opera; certo, la conoscenza personale con tanti protagonisti del dissenso e della grande letteratura veicolata dal samizdat, ha dato al mio impegno con loro particolare calore e determinazione.

7. Esiste, secondo Lei, un’opera (o più opere) del dissenso russo che più di tutte tra gli anni ’60 e ’90 ha (o hanno) rappresentato per l’intelligencija italiana il simbolo del fenomeno? Se sì, perché?

Il dottor Živago di Boris Pasternak (in qualche modo «protodissidente»), Arcipelago Gulag, in Italia anche osteggiato e sminuito e comunque non così influente come in altri paesi, Vita e destino e Tutto scorre di Grossman, I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov (di quest’ultima opera, nella versione Einaudi, l’unica integrale, dei 145 racconti, uscita nel 1999 ho curato io la traduzione e ne sono particolarmente grato). Perché sono importanti? Al di là dell’influsso su chi vi ha visto mettere in gioco, e in crisi, proprie scelte e pigre convinzioni e ha creduto alla veridicità di quanto esprimevano, direi per il loro intrinseco valore letterario e poi, specie per Grossman e Šalamov, ma anche in modo non così straziante per Pasternak e Solženicyn, per la potenza emblematica del dramma dell’Autore crocifisso alla propria Opera.

8. Negli anni ’70 Lei ha avuto un ruolo importante nella traduzione della rivista «Kontinent». Com’è entrato in contatto con la redazione? In cosa consisteva il Suo ruolo e per quanto tempo ha collaborato con il periodico? Quali erano i Suoi rapporti con l’anima della rivista, Vladimir Maksimov?

Dopo aver conosciuto Maksimov, in occasione della prima pubblicazione della sua rivista in Italia, siamo diventati amici e ho cominciato a frequentare la sua casa e la redazione, a due passi dall’Arc de Triomphe parigino; mi sono anche legato a Natalija Gorbanevskaja, poetessa, già importante esponente del dissenso, che sovrintendeva al lavoro redazionale; l’elenco delle personalità di spicco dell’intellighenzia europea e russa (non solo emigrata, anche sovietici discretamente di passaggio dalla capitale francese) che ho avuto occasione di conoscere in quelle stanze, occuperebbe più spazio di questa risposta. Dal numero 10 (1976) di «Kontinent» russo al numero 70 (1992), ultimo uscito a Parigi prima del trasferimento della testata a Mosca, sono stato uno dei 4 o 5 corrispondenti dall’estero che figuravano nelle prime pagine. Il mio contributo è, però, soprattutto consistito nel coordinare la partecipazione di esponenti del Comitato di redazione della rivista a certi eventi, o organizzare in prima persona in Italia iniziative anche importanti sotto l’egida di «Kontinent»; sono state in tutto una quindicina, ma qui ne ricordo a titolo di esempio due, anche significative del passaggio dalla condizione di esiliati «contro» a un nuovo corso che sembrava così promettente,  tra il 1983 e il 1990. La prima: il 21 e 22 maggio 1983, Milano, Palazzo «ex Stelline» Convegno internazionale «Un continente per la cultura», organizzato dalla rivista e dalla Fondazione Konrad Adenauer, ha visto la partecipazione di decine di intellettuali russi esuli e degli altri Paesi dell’Est europeo nonché di studiosi e giornalisti occidentali; si è aperto e chiuso nel nome di Sacharov, allora confinato a Gor’kij; anche negli anni successivi sarebbe continuata la campagna internazionale per la sua liberazione fino al ritorno da Gor’kij, dopo sette anni, dell’accademico e di sua moglie nel dicembre 1986. La seconda: 15 e 16 ottobre 1990, Roma, Auletta dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, Convegno internazionale dal titolo «Una sindrome del post-totalitarismo. Il problema nazionale in URSS: rinnovamento o guerra civile», patrocinato, tra altri, dal Centro culturale Mondoperaio e dal Comitato Italiano Helsinki, e oltre alla parigina «Kontinent», da giornali e riviste di Mosca (una decina di direttori di quotidiani e riviste culturali sovietiche presenti), famosi scrittori come Čingiz Ajtmatov (latore di un messaggio di Gorbačëv), Viktor Astaf’ev e Valentin Rasputin, l’accademico Dmitrij Lichačëv, con tavole rotonde gremite di esponenti del dissenso, di illustri giornalisti e sovietologi da tutto il mondo. Era presente come osservatore di riguardo Aleksandr Jakovlev, consigliere dell’ultimo presidente dell’URSS, da taluni considerato il vero padre della perestrojka. E un «Appello di Roma» raccolse alla fine tutte le tendenze «nel momento in cui smette di esistere uno dei più grandi imperi della Storia» e venne ripreso dalla stampa in Russia e nel mondo.

9. Alcuni autori e testimoni dell’esperienza del samizdat purtroppo sono venuti a mancare, qualcuno anche recentemente. Altri ancora rimangono voci attive nel panorama internazionale. Cosa pensa, in generale, delle più giovani generazioni di intellettuali che hanno vissuto il dissenso? E nella Russia post-comunista di oggi, c’è un qualche lascito tuttora individuabile dell’esperienza del dissenso di allora?

È vero, nel dicembre scorso è morta a Mosca Ljudmila Alekseeva, la «decana» del dissenso e autrice della prima opera di taglio storico che riguarda quel fenomeno (Istorija inakomyslija v SSSR, prima pubblicazione nel 1984 in inglese negli USA), la quale ultimamente era stata insignita del premio Vaclav Havel 2015 e il Premio di Stato della Federazione Russa 2017 «per l’eccezionale contributo nel campo dell’attività in difesa dei diritti umani». Molti sono i nomi, e con vari riconoscimenti in diversi paesi, di coloro che hanno illustrato l’inakomyslie e vorrei, prima di accennare soltanto a ciò che è rimasto come loro eredità nella nuova Russia, fare altri tre nomi: uno è quello di Sergej Kovalëv; biologo, nato nel 1930, già  intrepido difensore dei diritti (pravozaščitnik) in URSS, aveva scontato per questo una condanna a 10 anni, tra lager’ e confino; ha potuto continuare la sua attività, tra Duma, partiti politici, e nei primi anni di El’cin, presidenze di Commissioni governative sul tema dei diritti; è stato presidente di Memorial e quindi dell’Institut prav čeloveka. Se posso ricordare due «giovani» che sono vissuti sempre negli ideali e nel lavoro concreto del dissenso e della sua storia, scelgo tra i molti Gabriėl’ Superfin (1943): espulso dalla facoltà di studi storico-filologici di Tartu (prof. Ju. Lotman) su pressioni del KGB, attivo negli anni 1970-72 come redattore del bollettino samizdat «Cronaca degli avvenimenti correnti», per questo condannato a 7 anni di detenzione; emigrato nel 1983, ha lavorato per 10 anni all’Archivio del Samizdat di Radio «Svoboda» a Monaco di Baviera e poi per 14 anni è stato l’Archivista del Centro di ricerca per l’Europa Orientale dell’Università di Brema cui ha conferito preziosissimi documenti del samizdat utili alla ricerca e memoria storica. Di questa memoria, orale e scritta, Vera Laškova (1944) si è fatta depositaria di persona; vive oggi a Mosca in un monolocale dopo periodi di detenzione e relegazione lontano dalla capitale; era stata coimputata con Jurij Galanskov e Aleksandr Ginzburg  nel «processo dei quattro» del gennaio 1968; instancabile dattilografa di fondamentali documenti del samizdat (Il libro bianco sul caso Sinjavskij-Daniėl’, Feniks 66, ecc.), ha poi attivamente partecipato a iniziative come la Fondazione per l’aiuto ai detenuti politici istituita da Aleksandr Solženicyn tra il 1974 e il 1982. E a Solženicyn fa riferimento una sua risposta in una lunga intervista di Gleb Morev (per un sito russo: Colta.ru.html) che considero particolarmente interessante: «Aleksandr Isaevič ha formulato solo successivamente il suo famoso richiamo a “Vivere senza menzogna”. Vi si diceva: non prendere parte alla generale menzogna… Ma noi vivevamo già così, solo così potevamo vivere, era il nostro orientamento morale, esclusivamente morale».
È questa la grande lezione del dissenso, purtroppo anche oggi largamente disattesa, e le poche associazioni che in Russia la portano avanti nell’attuale difesa dei cittadini contro l’arbitrio del potere e nella  conservazione della memoria storica, come le già ricordate Memorial, l’Istituto dei diritti dell’uomo cui  aggiungerei almeno il Centro Sacharov, devono farlo nella condizione, imposta dal Ministero della Giustizia della Federazione Russa, di «agenti stranieri», soggetti a controlli particolari e possibili contestazioni giuridiche e fiscali di varia natura.
Malgrado ciò, benché ostacolata, non è più del tutto «straniera» in terra russa la libera informazione su carta o in rete e soprattutto la ricerca storica, con opere anche monumentali di documentazione da istituti e case editrici quali Rosspėn (Enciclopedia politica della Russia), la Fondazione Internazionale «Demokratija» (Fondazione Aleksandr Jakovlev), «Russkij Put’» che raccontano la vera storia della Russia, per quasi un quarantennio, caratterizzata già dal 1918 fino alla morte di Stalin da repressioni generalizzate di uomini e culture e carestie indotte dalla collettivizzazione. C’era, tra le «riviste» del samizdat, una corposa raccolta periodica di materiali storici dal titolo «Pamjat’» (Memoria), della quale apparvero 5 numeri tra il 1976 e il 1982 (poi continuò a uscire nel tamizdat a Parigi); il caporedattore era Arsenij Roginskij, nato nel 1946 il quale nel 1988 sarebbe stato tra i fondatori di Memorial e l’avrebbe diretto fino alla morte (2017). Con lui un altro esponente di quel generoso movimento ci ha lasciati, ma il flusso di pubblicazioni non più soggette, quanto a ricerche e stesura, neanche in Russia, a censure di sorta, continua. E chissà che un giorno, purtroppo prevedibilmente assai lontano, quell’«alba della libertà» genuina, anche politica e associativa, nella quale (dice la già citata Laškova) negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso «non si osava neanche sperare», seguendo solo il personale imperativo morale, finalmente arrida anche al travagliato popolo russo nel suo insieme.

10. E ora un ultimo quesito anch’esso sul presente. Qual è adesso in Italia la percezione del dissenso tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’90? È cambiato qualcosa rispetto al passato negli ambienti editoriali e intellettuali in generale?

Sono naturalmente uscite nel frattempo analisi dettagliate e informate del fenomeno del dissenso, più numerose ed esaurienti in altri paesi d’Europa e naturalmente nella stessa Federazione Russa che non in Italia; qui è comunque più diffusa di prima la consapevolezza di quanto l’«altro pensiero» di dissidenti e «protodissidenti» nell’URSS totalitaria abbia contribuito, a prezzo della dedizione e dei sacrifici di tante vite e posizioni sociali spezzate, a rendere inevitabili storiche fratture come quelle dell’epoca di Chruščëv e di Gorbačëv, e il loro svilupparsi molto oltre gli intenti degli stessi leader comunisti che le avevano avviate. È un riconoscimento della nobiltà e abnegazione di quel movimento che tuttavia, temo, particolarmente in Italia non lo rende vicino ai più, anzitutto per la distanza nel tempo di quelle pur nobili battaglie condotte contro un repressivo regime ideocratico che è però ingloriosamente affondato da ormai quasi trent’anni, troppi per un oggi che già per conto suo è gremito di nuove e  incalzanti crisi. Però, considerando quanto sia presente nel nostro paese la memoria di altri eventi e protagonisti anche più lontani nel tempo, di tragedie storiche e battaglie ideali sia europee sia di altri continenti, non posso non notare che per quanto riguarda l’argomento «dissenso in URSS» agisce tuttora una riserva mentale che è un residuo anche inconscio di quella pregiudiziale verso i dissidenti emigrati che ho citato qui sopra «sei davvero per la democrazia o non piuttosto contro il socialismo?». Per alcuni mentori dell’opinione pubblica italiana resta comunque una discriminante di peso, che ha ingenerato e ingenera tuttora cautela nel trattare l’argomento, ha zavorrato la ricerca storica in passato e tuttora la impaccia: il motivo principale è, secondo me, la scarsa propensione a fare davvero i conti con quella che è stata la più autentica natura del bolscevismo-comunismo in Unione Sovietica, messa in luce anche da quel dissenso del quale ci occupiamo. Comunque, ci sono autori che stanno aprendo la strada giusta, anche grazie al poderoso materiale archivistico per troppo tempo inaccessibile nell’URSS-Russia. Ne nomino solo alcuni: Franco Graziosi, Ettore Cinnella, Marcello Flores, Oleg Chlevnjuk, Cécile Vaissié, Anne Applebaum e Orlando Figes, nelle opere del quale ultimo, rigore scientifico  e avvincente narrazione trovano un pregevole equilibrio. Resta, peraltro, inceppato e disinformato quanto al passato l’approccio più generale – diciamo divulgativo-giornalistico – alla realtà storica russo-sovietica, e di conseguenza una sua veritiera valutazione e lo stesso vale per l’oggi: la Russia attuale continua, per svariati motivi, a restare in gran misura, secondo me, quell’«altra faccia della Luna» di sempre: qualcosa cui tuttora non si applicano a sufficienza pertinenti strumenti cognitivi. Ma per fortuna, e mi ripeto, almeno quanto al passato, il lavoro archivistico e di approfondimento delle ragioni e vicende del dissenso è continuato e continua tuttora; ha rilievo in Italia il citato e sempre presente Centro studi «Russia cristiana» e Memorial Italia (sezione di Memorial Mosca) e Gariwo di Yad-Vashem.
Sono grato alle curatrici della presente ricerca per avermi dato l’opportunità di tornare a parlare di quella fervida stagione, che è stata per me anche quella della condivisione dei grandi ideali che erano alla prova in Russia, nella speranza che essi continuino a ispirare l’oggi e l’avvenire di molti giovani.

                                                                                                                                                     Milano, 11 marzo 2019

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