Il libro Bianco

Il libro Bianco

Libro bianco sul caso Sinjavskij-Daniėl’
(Belaja kniga po delu Sinjavskogo-Daniėlja)

AUTORE:
Aleksandr Ginzburg

ANNI DI REDAZIONE:
1965/1967

ANNO DI PRIMA PUBBLICAZIONE:
1967

CASA EDITRICE:
Possev-Ferlag (Francoforte), Jaca Book (Milano)

PRIMA EDIZIONE IN LINGUA RUSSA:
1967 (Possev-Ferlag)

DESCRIZIONE:

 “proprio la letteratura clandestina, cioè quella che non ha accesso alle pubblicazioni ufficiali, a cominciare dagli scrittori degli anni ’20 per finire con le opere di A. Sinjavskij e Ju. Daniel ha per la nostra cultura nazionale un valore importantissimo ed esclusivo”.
(Galanskov 1967: 78)

Il Libro Bianco sul caso Sinjavskij-Daniėl’ fu scritto e redatto, clandestinamente, dall’intellettuale dissidente Aleksandr Ginzburg negli anni 1965/1966, in concomitanza con le vicende che videro protagonisti gli scrittori Julij Daniėl’ e Andrej Sinjavskij, imputati, processati e condannati ai lager per aver pubblicato all’estero, sotto pseudonimo di Nikolaj Aržak e Abram Terc, alcune opere, considerate per di più in contrasto con la dottrina estetica del realismo socialista e gravemente viziate da propaganda antisovietica. Sotto la presidenza del giudice Smirnov, i due scrittori erano così chiamati a difendersi dall’accusa di aver violato l’art. 70 del Codice Penale dell’RSFSR (agitazione e propaganda anti-sovietiche). In particolare, erano accusati di non aver inserito nei loro romanzi la figura dell’”eroe positivo”, che costituiva un elemento obbligatorio della letteratura sovietica realsocialista. Proprio l’eroe positivo avrebbe dovuto infondere fiducia e ottimismo al lettore-lavoratore, nonché svolgere una funzione pedagogico-illustrativa, vale a dire orientarlo nella società socialista in base a monolitiche visioni del bene e del male.
Stando alla testimonianza di Natalija Gorbanveskaja (raccolta nell’opera Polden’), questo titolo fu attribuito dagli organi del KGB. Alle insistenti domande degli agenti che perquisirono il suo appartamento, il giorno del suo arresto per la partecipazione alla manifestazione di protesta in Piazza Rossa a sostegno della rivolta in Cecoslovacchia nel 1968, Gorbanevskaja rispondeva: “Lui lo ha semplicemente intitolato: raccolta di documenti sul caso Sinjavskij e Danièl (…) Ho già spiegato che non lo ha intitolato lui così, ma il KGB. Andate a chiedere al KGB (…) – Noi non siamo il KGB!” (Gorbanevskaja 1979: 94). Il libro si chiamava infatti, in origine, Delo Sinjavskogo i Daniėlja.
Il libro-documento di Ginzburg si presenta come un’accurata raccolta di documenti, testimonianze, registrazioni di udienze che furono messe in circolo in samizdat grazie alle trascrizioni operate dalle mogli degli imputati, Marija Rozanova e Larisa Bogoraz, e grazie a conoscenti che si impegnarono affinché le vere notizie sul processo si diffondessero. Ginzburg si adoperò fin da subito per raccogliere cospicuo materiale documentario, in modo da ottenere un’ampia panoramica sul caso.
L’opera si compone di tre parti principali, ordinate cronologicamente: una prima che tratta le vicende dopo l’arresto, una seconda incentrata sul processo stesso e una terza, quella conclusiva, che raccoglie documenti riferiti agli eventi posteriori al processo; ogni sezione presenta un indice dettagliato dei documenti raccolti, con la numerazione delle rispettive pagine.
Dopo un breve resoconto che informa il lettore sugli arresti di Sinjavskij e Daniėl’, la prima parte comprende numerosi titoli, stralci di articoli di giornale che trattarono immediatamente la vicenda: Ginzburg raccoglie alcune tra le reazioni più significative, provenienti dalla stampa di ogni parte del mondo, dal Washington Post a Le Monde, dal New Leader a L’Espresso, titoli che esprimevano proteste, indignazione e sconcerto nei confronti dell’arresto, da molti considerato un vero e proprio scandalo.
Il lettore in seguito viene brevemente informato sulla personalità degli accusati e le loro attività nella letteratura sovietica, riportando una serie di lettere e dediche di amici e compagni degli accusati, – tra cui spicca quella scritta da Boris Pasternak a Sinjavskij –, ma anche lettere e articoli di detrattori. Questa prima parte si conclude con altre lettere e dichiarazioni firmate da personalità illustri della società sovietica di quegli anni, che cercavano di appellarsi direttamente alla Consulta Giuridica, al Tribunale di Mosca e al Tribunale Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero agli organi istituzionali preposti a vigilare sulla ‘legalità sovietica’, affinché gli imputati fossero assolti. Tra queste, si segnala la lettera firmata dal critico d’arte Galamštok, in cui si asseverava che «i problemi che egli [Sinjavskij] solleva, la frattura tra individuo e società, la contraddizione tra crescita del progresso tecnico e immiserimento spirituale dell’uomo, il rapporto tra gli scopi e i mezzi per il loro raggiungimento sono al centro della cultura contemporanea» (Ghinsburg 1967: 146).
Circa a metà libro inizia la seconda parte, che tratta specificamente del processo e della sentenza: il lettore viene brevemente informato da un intervento di Ginzburg stesso, in cui fornisce informazioni sul processo, il luogo dove si è svolto, le condizioni degli imputati, i loro avvocati difensori, i capi d’accusa a loro carico e gli interrogatori. Le vicende vere e proprie del processo iniziano con la registrazione trascritta dell’interrogatorio in aula a Julij Daniėl’ e il resoconto della stampa sovietica al primo giorno di processo. La seconda parte prosegue poi con la trascrizione della registrazione dell’interrogatorio in aula a Sinjavskij il secondo giorno del processo, seguita nuovamente dai resoconti giornalistici del secondo giorno.
La terza e ultima parte del libro presenta il titolo Dopo il processo e si apre con degli articoli: il primo riproduce una lettera alla redazione della rivista sovietica «Literaturnaja Gazeta» da parte di un gruppo di professori, e l’altro è la relazione della Seduta presso il Segretariato della sezione moscovita degli scrittori russi; in entrambi i casi gli imputati vengono nuovamente accusati e condannati senza remore dai giornalisti, quali «calunniatori». La rassegna dei documenti della terza parte conclusiva prosegue ancora, riportando lettere e dichiarazioni contro gli accusati, alcune delle quali introdotte da un commento personale dello stesso Ginzburg.
L’ultimo documento che chiude la raccolta di Ginzburg è una lettera che, a suo stesso parere, «esprime in modo esatto e preciso l’atteggiamento dell’intellighenzia nei riguardi dell’accaduto» (Ghinsburg 1967: 86). Nel Libro bianco Ginzburg espunge la firma e la reintitola Lettera d’un vecchio amico (probabilmente consapevole delle improbe conseguenze che in URSS avrebbe subito il suo autore, una volta comparsa in tamizdat), allegandola al corpo del libro come documento n. 174. La stessa missiva comparve, contestualmente, stavolta a firma del suo autore, Jurij Galanskov, sulla rivista samizdat Feniks ‘66, e venne quindi inserita in una silloge dei contributi tratti da questa stessa rivista, che uscì pubblicata in traduzione italiana, sempre per i tipi di Jaca Book, l’anno seguente (cf. Galanskov 1968: 63-86). Questa lettera aperta era coraggiosamente indirizzata dall’intellettuale dissidente Galanskov all’allora applauditissimo scrittore sovietico M. Šolochov (Nobel nel 1965), all’Unione degli scrittori sovietici, alle redazioni del Novyj Mir e della Literaturnaja gazeta. Il documento contiene un attacco virulento contro l’establishment culturale di apparato e, con esso, contro tutta una concezione errata della funzione della cultura clandestina in URSS, e della letteratura in particolare. Si apre con un confronto critico fra il processo a Sinjavskij e Daniėl’ e quelli svoltisi negli anni ’30 (e non solo) all’epoca del terrore staliniano; in particolare l’autore sostiene che il processo a Sinjavskij e Daniėl’ rappresenti un punto di svolta cruciale nella storia del dissenso sovietico: è il primo processo politico pubblico mai celebratosi in Urss in cui gli accusati, dall’inizio alla fine, non si siano mai dichiarati colpevoli e non siano rimasti in silenzio davanti alle accuse del regime. Ed è vero, è infatti il primo processo della storia processuale contro i letterati sovietici in cui gli imputati siano riusciti a rispondere agli interrogatori della procura con argomentazioni che riguardano specificamente questioni letterarie, rivendicando così pervicacemente e in ogni dove la legittima distinzione tra spazio artistico-letterario e spazio giudiziario, in altre parole, l’autonomia estetica e ideologica dell’artista e delle sue opere, che solo in base ai principi dell’arte devono essere valutate (Sinjavskij ribadirà alla corte: «nella profondità della mia anima ritengo che alla letteratura non ci si debba avvicinare con delle formule giuridiche», Ghinsburg 1967). E ciò era sacrosanto, ma altrettanto vero era che le loro opere non fossero ascrivibili ai dettami del realismo socialista. In questo contesto le dichiarazioni degli imputati assumevano una peculiare e duplice dimensione semantico-argomentativa: da un lato servivano tecnicamente a rigettare le accuse rivendicando – ma provocatoriamente – la separazione dell’opera dalla vita di chi l’ha creata, dall’altra, – ed è questo l’aspetto più profondo – configuravano una critica generale al sistema sovietico (e in particolare alla sua vocazione ‘antropopoietica’) per il tramite di argomentazioni estetico-letterarie e socio-culturali, ovvero relative allo statuto della letteratura e dell’arte in una data società.
Con la conclusione dell’opera, il lettore si presenta così esaustivamente informato, non solo sul caso Daniėl’ Sinjavskij, ma anche sulle reazioni che questo caso suscitò a livello internazionale, nonché sulla condizione generale dell’Unione Sovietica del tempo. La raccolta non è indirizzata solamente al cittadino sovietico, ma a chiunque voglia informarsi sul caso: Ginzburg, infatti, si è dimostrato impeccabile nel raccogliere quante più informazioni possibili e si pone continuamente come guida del lettore, il quale, per altro, può usufruire delle 144 note poste nelle ultime pagine del libro, che danno informazioni essenziali sui nomi di persone, sigle, riviste e quant’altro citato nel libro.
Probabilmente, anche per tutti quei significati emersi in sede giudiziale, Ginzburg coglieva la notevole portata di questo avvenimento e tenacemente si dedicò, ben conscio dei rischi che avrebbe corso, alla sua tempestiva diffusione mediante i canali del tamizdat, nei Paesi al di fuori del regime, in particolare in Europa occidentale, e che la rese una delle opere simbolo del fenomeno del Tamizdat e dell’espressione del Dissenso in quegli anni. Ginzburg inviò una copia dell’opera in Germania, precisamente a Francoforte sul Meno e per la prima volta l’opera fu pubblicata in russo (Belaja kniga po delu Sinjavskogo i Daniela) e subito dopo in traduzione tedesca (Weissbuch) nel 1967, dalla celebre casa editrice tamizdat Possev-Verlag. Il Libro bianco sul Caso Sinjavskij Daniėl’ giunse contestualmente anche in Italia, dove fu tradotto da Sergio Rapetti (sotto lo pseudonimo di Nicola Sorin) e pubblicato nello stesso anno dall’editore Jaca Book, il cui impegno per la diffusione in Italia del dissenso sovietico è sempre stato fervido negli anni ’60 e ’70: solo l’anno prima Jaca Book aveva dato alle stampe la crestomazia Riviste clandestine dell’Unione sovietica, poi nel 1968, dopo il Libro Bianco, fu pubblicata la versione italiana del secondo numero della rivista clandestina «Feniks 66», il cui caporedattore era Ju. Galanskov, nel 1979, le riviste dattiloscritte sovietiche degli anni ’60 che esprimevano l’impegno civile del dissenso in Unione Sovietica (tra cui La primavera di Mosca: Le riviste dattiloscritte sovietiche degli anni ‘60: prosa, poesia, impegno civile agli inizi del dissenso, a c. di Vl. Bukovskij [et al.], Milano, Jaca Book, 1979) e moltissimi altri titoli sulla letteratura silenziata, proscritta o censurabile proveniente dall’URSS.
Per quanto riguarda questa prima edizione italiana del Libro e la circolazione in tamizdat attraverso i canali italiani c’è da precisare, tuttavia, che stralci documentari contenuti nell’opera erano già stati fatti pervenire alla redazione della rivista Tempo presente, la quale prontamente li aveva pubblicati (ad es.: “Documenti. In difesa di Siniavski, con un’introduzione di G. Herling”, Tempo presente, 1966 (XI), 12, pp. 75-8; che altro non è che la Lettera del critico d’arte I. Golomštok al tribunale supremo della Repubblica Russa – primi di febbraio 1966”, cf. Ghinsburg 1967: 145-151). Del resto Tempo presente, in linea col suo orientamento “militante”, in difesa del dissenso sovietico, aveva rivolto particolare attenzione al caso anche prima che il Libro bianco uscisse in versione integrale, pubblicando, già nel febbraio 1966, diverse cronache in rapida successione dell’iter del processo (cf. Herling 1966: 2-4; Silone 1966: 4-6; Anonimo 1966: 6-7). Pertanto, una precisa fascia di intellettuali e lettori italiani era adeguatamente informata ancor prima che uscisse l’opera di Ginzburg, e non c’è da stupirsi che fosse così tempestiva la sua diffusione nel nostro paese.
In seguito a queste prime tre edizioni Tamizdat pressoché simultanee, il volume fu fatto circolare in altre nazioni europee, e venne tradotto a sua volta in inglese e francese.
Grazie al prodigioso circuito del Tamizdat, così, notizie relative alla vicenda processuale di Andrej Sinjavskij e Julij Daniėl’ altrimenti irreperibili, ottennero una forma edita, in modo che chiunque fosse interessato al caso potesse avere una documentazione più oggettiva dei fatti: tutte le informazioni relative al caso Sinjavskij-Daniėl’ in URSS erano infatti mediate da testate giornalistiche strettamente legate al regime sovietico, che non fornivano nessun dettaglio affidabile sugli atti di accusa e le modalità di celebrazione del processo (per questo fu così attiva e amata la Chronika Tekuščich sobytij). La stampa di regime svolgeva un ruolo di intensificatore della pubblica accusa e condizionamento dell’opinione pubblica, i due scrittori dissidenti vennero infatti apostrofati sulle pagine dei maggiori quotidiani come “calunniatori” e “traditori della patria”: in questo senso è ironicamente autobiografico il riferimento inserito nel romanzo Buonanotte! di A. Sinjavskij, il cui primo capitolo si intitola ‘Perevertyši’ (voltagabbana), così come il caustico articolo del critico sovietico Eremin, comparso sulle «Izvestija» all’epoca del processo, il 12 gennaio 1966, e come lo stesso Šolochov li appellò, al 23 congresso del PCUS, lo stesso anno.
Infine, la maggior parte dei documenti contenuti nell’opera di Ginzburg, furono pubblicati in Unione Sovietica dopo la Perestrojka, nel 1989, nella raccolta Cena metafory, ili Prestuplenie i nakazanie Sinjavskogo i Daniėlja (Il prezzo della metafora, o del delitto e della pena di Sinjavskij e Daniėl’), redatto da E. Velinakov e pubblicato dall’editore The Book di Mosca. Per la meritoria opera di controinformazione veicolata in samizdat e in tamizdat l’autore non poté restare immune da immediate ritorsioni da parte del regime, – come probabilmente già preventivato da molti di questi straordinari attivisti -. Nel gennaio 1968 la procura di Mosca lo processò insieme ad altri tre attivisti dissidenti (Ju. Galanskov, A. Dobrovol’skij e V. Laškova) in quel che venne ridenominato “il processo dei quattro”, sia per la compilazione e la pubblicazione all’estero del Libro, sia per la partecipazione all’almanacco samizdat Feniks 66 (cf. Chiaromonte 1968: 2-3), che per aver promosso la manifestazione contro l’arresto del compagno Galanskov (cf. Galanskov 1968: 11), condannandolo a cinque anni di detenzione nei campi di correzione speciale, tecnicamente i ‘gulag’ di Chruščev, in Mordovia.

BIBLIOGRAFIA:
Anonimo, “Cronaca. Una perdita per la libertà”, Tempo presente, 1966 (XI), 2: 6-7.
Chiaromonte, N., “I condannati di Mosca”, Tempo presente, 1968 (XIII), 1: 2-3.
Galanskov, Ju., Rivista sovietica non ufficiale: Feniks 66, trad. it. di N. Sorin, Milano, Jaca Book 1968.
Ghinsburg, A., Libro Bianco sul caso Daniel-Sinjavskij, Jaca Book, Milano 1968.
Ginzburg, A., Aleksandr Ginzburg: da “Sintaksis” al “Gruppo Helsinki”, in Nissim G., (ed.), Storie di uomini giusti nei Gulag, Mondadori, Milano 2004: 175-85.
Gorbanevskaja, N., Polden’, Frankfurt, Possev-Verlag 1970.
Herling, G., “Cronaca. La condanna di Sinjavskij e Daniel”, Tempo presente 1966 (XI), 2: 2-4.
Silone, I., “Cronaca. Intorno al processo”, Tempo presente, 1966 (XI), 2: 4-6.
Velinakov, E., Cena metafory, ili Prestuplenie i nakazanie Sinjavskogo i Daniėlja, Moskva 1989.

SITOGRAFIA:
https://www.lanuovaeuropa.org/personaggi-del-dissenso/2016/03/04/quel-ragazzo-che-lancio-il-samizdat/ web (11/2018).
http://antology.igrunov.ru/70-s/periodicals/white-book web (11/2018).
https://dissidenten.eu/laender/russland/biografien/alexander-ginsburg/ web (09/2019).

[Arianna Vivolo]
[Claudia Pieralli]
[scheda aggiornata al 30/10/2019]